lunedì, 14 novembre 2005
Non riesce ad uscire in sala in Giappone l'ultimo capolavoro di Aleksandr Sokurov Il Sole, il film prodotto da Marco Muller per Downtown, Rai Cinema e Istituto Luce, Evento Speciale del Festival di Torino il 15 novembre e in uscita in Italia il 18 novembre distribuito dall'Istituto Luce.
Il film, che mostra l'incontro tra «Il Sole» Hirohito e lo «yankee» Generale MacArthur nel 1945, desta ancora incredibilmente reazioni molto forti nel popolo giapponese. A riprova infatti dell'attaccamento ancora esistente per l'idea di divinità dell'imperatore, ci sono le continue minacce di morte di cui è stato fatto segno l'attore Issey Ogata (popolarissimo attore comico considerato un sorta di «Benigni» giapponese) che ha osato vestirne i panni nel film. Grandissime difficoltà quindi per l'uscita in sala in Giappone del film. Le decisioni cruciali prese da Hirohito - la dichiarazione di resa durante la seconda guerra mondiale e la rinuncia al suo stato divino - sono ancora evidentemente una materia scottante. Come testimonia infatti il produttore Marco Muller: «Le minacce e il clima di terrore hanno impedito per sei mesi che un solo distributore importante in Giappone si avvicinasse al film. Quando finalmente il più grosso tra i produttori indipendenti, specializzato in film d'essai, Katsue Tomiyama, ha comprato il film per un'uscita importante si è ritrovato di fronte ad una situazione incredibile, in cui gli esercenti rinunciavano per paura, a causa delle minacce precise ricevute (sale bruciate, punizioni personali ecc.). È per questo che il film non è ancora uscito in Giappone nonostante anche un tentativo 'diplomatico' ancora fermo: Sokoruv infatti - spiega Muller - ha lavorato con Rostropovich a una parte della colonna sonora e gli ha chiesto di intercedere perché il musicista conosce bene il figlio di Hirohito, l'attuale imperatore. Gli ha chiesto un'udienza imperiale per proiettare il film alla presenza del sovrano ma la richiesta è ancora nelle mani del ciambellano dalla primavera scorsa».
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categoria:press office
lunedì, 14 novembre 2005
Sarà aperta da 'The Rising', il film di Ketan Metha con il grande divo Aamir Khan, perfetto esempio dello spirito del nuovo cinema di Bollywood, e sarà chiuso del festival verrà presentato 'Three Times' di Hou Hsiao-Hsien la sesta edizione di Asiatica Film mediale, il festival di cinema asiatico che si terrà a Roma dal 19 al 27 novembre, nelle sedi dell'Auditorium e della Casa del Cinema.
La manifestazione è realizzata dall'Associazione Culturale Mnemosyne, in collaborazione con la Fondazione Musica per Roma e la Casa del Cinema, con il contributo ed il sostegno del Comune di Roma -Assessorato alle Politiche Culturali, del Ministero per i Beni e le Attività Culturali - Direzione Generale per il Cinema e di Rai Cinema, e con il patrocinio della Regione Lazio, dell'UNHCR per la sezione documentari, di Ambasciate e Istituti Culturali di vari paesi asiatici.
Sono intevenuti alla conferenza stampa Italo Spinelli, direttore artistico del festival, Gianni Borgna, Assessore alle Politiche Culturali del Comune di Roma, e Laura Boldrini, portavoce dell'UNHCR e numerosi autori di documentari e film che saranno presentati nel corso del festival. Erano presenti anche membri delle giurie, tra i quali
Renato De Maria, Vieri Razzini, Sandra Petrignani, Serafino Murri.
Un'occasione unica per conoscere le voci più interessanti e originali della cinematografia asiatica che giungono finalmente anche a Roma, alcune dopo il grande successo ottenuto in festival internazionali, altre vere e proprie scoperte grazie a una ricerca sapiente e accurata. Il festival presenta oltre quaranta opere, tra film e documentari, in anteprima italiana, realizzati in Afghanistan, Birmania, Cina, Cambogia, Corea, Filippine, Giappone, India, Indonesia, Iran, Iraq, Kirghizistan, Mongolia, Sri Lanka, Tagikistan, Thailandia, Uzbekistan.
La rassegna comprende, tra gli altri, quattro film candidati all'Oscar come miglior film straniero: Blood and Bones con uno strepitoso Takeshi Kitano per il Giappone; La grotta del cane giallo, il secondo film della regista mongola Byambasuren Davaa dopo la «Storia del cammello che piange»; Sex and Philosophy di Mohsen Makhmalbaf per il Tagikistan, The Tin Mine di Jira Maligool per la Thailandia. Ad aprire la rassegna è The Rising, il film di Ketan Metha con il grande divo Aamir Khan, perfetto esempio dello spirito del nuovo cinema di Bollywood, mentre a chiusura del festival verrà presentato Three Times di Hou Hsiao-Hsien.
Tra gli eventi, l'inaugurazione della nuova sezione dedicata a «Cinema e Letteratura» con la scrittrice bengalese Mahasweta Devi (Premio Nonino 2005), e l'incontro «Fatti e finzione. La realtà vista da occhi diversi: dalla cronaca al racconto cinematografico», organizzato in collaborazione con UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), con alcuni dei più importanti ospiti asiatici e giornalisti italiani di chiara fama.
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categoria:gossip
sabato, 05 novembre 2005
C'è un mediometraggio commissionato dal Musee D'Orsay di Parigi tra gli impegni futuri del regista cinese Hou Hsiao Hsien: «siamo quattro autori - dice - Olivier Assayas, Jim Jarmusch, Raoul Ruiz ed io, liberi di raccontare come vogliamo questa grande istituzione parigina, non so ancora cosa farò, sto partendo ora per visitare Parigi per la prima
volta».
Hou Hsiao Hsien, a Roma per una rassegna di dieci suoi titoli che gli dedica l'Asian Film Festival, commenta così le fobie cinesi dell'Occidente: «La Cina è come una diga che è stata per anni tenuta chiusa, poi una volta liberata investe tutto con un getto di acqua fortissimo, ma non dovete preoccuparvi: i cinesi sono un popolo assolutamente non aggressivo». Sabato sera sarà presentato per la prima volta in Italia il suo ultimo film, 'Three times' passato in concorso a Cannes e ancora in attesa di distribuzione nel nostro paese. Tre storie
d'amore ambientate in tre epoche diverse, l'inizio del Novecento, gli anni Sessanta e oggi. Quale è il migliore istante della nostra vita? - si chiede il film. «Avrebbe dovuto essere un film ad episodi girati da tre registi diversi, c'era un contributo governativo e io volevo sostenere dei giovani autori, ma il progetto non è andato in porto e allora li ho
diretti tutti io. Qual è il periodo in cui io sono stato più felice? Beh è facile a dirsi, il tempo che è passato, forse gli anni Sessanta quando ero giovane».
«Io ho lasciato la Cina che avevo un anno e sono cresciuto a Taipei, ovviamente non ricordo nulla di allora ma so che la trasformazione è stata profonda - ha proseguito il regista nato a Canton ma cresciuto a Taiwan - La Cina è sempre stata sottomessa da tutti, ha vissuto povertà, fame e una forte sovrappopolazione, è normale che oggi voglia migliorare la propria condizione. Gli Stati Uniti sono i primi che hanno sfruttato gli emigrati cinesi ma adesso hanno paura che gli invadano il mercato».
Il regista, una quindicina di film alle spalle, ma solo pochi titoli usciti in Italia ha iniziato a lavorare nel cinema alla Central Motion Picture Company (la casa di produzione più importante all'epoca legata a doppio filo con il partito nazionalista) e di quel tempo ricorda: «L'aveva fondata un ex agente segreto che non capiva nulla di cinema, quando era andato in pensione aveva investito i suoi soldi in questa casa di produzione e aiutava i giovani registi. Con loro ho realizzato solo tre film, ma devo dire che mi sono sempre sentito libero».
Tra i progetti del regista taiwanese, Leone d'oro a Venezia nell'89 per 'La citta' dolenté («dopo è stato più facile trovare i soldi, ma più difficile rimanere sempre con la stessa intensità di ispirazione»), ci sono anche la creazione di un Istituto (slegato dall'ideologia) per «aiutare i giovani a trovare il proprio stile e il proprio carattere».
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