lunedì, 26 settembre 2005
Con un mese d'anticipo rispetto all'uscita italiana (il 28 ottobre), sarà
presentato questa sera in anteprima a Roma il nuovo film di Kim Ki-duk, L'arco, già proiettato in concorso al festival di Cannes. Il film chiuderà la maratona cinematografica organizzata in onore del regista coreano dalla Mikado al cinema Quattro Fontane con la proiezione dei suoi ultimi film: La samaritana, Ferro 3, Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera. Per l'occasione Kim Ki-duk - che a novembre riceverà il Premio De Sica alla carriera - è arrivato nella Capitale e questa sera incontrerà il pubblico romano.
Girato in appena 17 giorni, in mare aperto, L'arco racconta la storia di una amore impossibile: quello di un vecchio pescatore per una sedicenne che ha raccolto dalla strada quando era poco più di una bambina e che ha cresciuto con l'intenzione di farne la propria sposa una volta compiuti i 17 anni. I due trascorrono la loro esistenza a bordo di un peschereccio e l'unico contatto con il mondo esterno per la ragazza, che non ha mai
abbandonato l'imbarcazione, è rappresentato dagli appassionati di pesca ai quali l'uomo dà ogni tanto ospitalità. Tra i tanti c'è anche uno studente che finirà con l'innamorarsi della giovane e col mandare all'aria il sogno d'amore del vecchio. Il film prende il titolo dall'arma con la quale l'uomo difende la virtù della ragazza dagli assalti dei tanti che tentano di approfittare di lei, ma è anche il mezzo del quale si serve per predire il futuro e lo strumento con il quale suona delle magnifiche melodie. Come molte delle opere di Kim Ki-duk, anche in questo caso le parole sono davvero limitate al minimo: non proferiscono mai una parola i due protagonisti, che si affidano invece ai gesti e alla mimica del volto per esprimere le loro emozioni.
«In Corea L'arco è uscito in un solo cinema - racconta il regista -. È stata una mia scelta, non voglio andare incontro a degli spettatori viziati, sono loro che devono venirmi a cercare». È anche vero che sono pochi gli estimatori sui quali può contare in patria, soprattutto tra i
critici, che hanno la tendenza a stroncare duramente il suo lavoro.
«I critici coreani parlano male dei miei film perché non li capiscono, ma il limite è loro non mio - dice il regista che è invece tra i più apprezzati in Europa e in Italia -. Con il pubblico italiano ed europeo ho istaurato un buon rapporto perché gli spettatori guardano e giudicano i miei film con il cuore». Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera, il suo film più amato, «non è piaciuto quasi a nessuno nel mio paese e mi è valso una delle peggiori critiche che mi siano mai state mosse: quella di voler mostrare all'Occidente cos'è l»Orientealità»'. In realtà chiarisce ancora, «quel film ha costituito una svolta nella mia carriera. Io credo che ci voglia ancora un pò di tempo». Quanto al futuro? «Ho cinque idee che mi ronzano per la testa, ma non so ancora come tradurle in pellicola. Per il momento mi prendo una pausa».
lunedì, 26 settembre 2005
Addio a Sadamasa Arikawa, maestro degli effetti speciali del cinema giapponese. Il direttore degli effetti speciali, noto per alcuni lavori come il film originale di «Godzilla» e la serie televisiva «Ultraman», è morto per un tumore al fegato in un ospedale di Izu, nella prefettura di Shizuoka. Lo ha riferito la sua famiglia alla stampa giapponese. Aveva 80 anni.
Sadamasa Arikawa, nato a Tokyo nel 1925, fece il suo debutto cinematografico come direttore degli effetti speciali proprio con il film di «Godzilla» (1954), la risposta nipponica ai kolossal di King Kong. Poi si occupò di tanti altri film prodotti dalla Toho Studio, la casa cinematografica specializzata in fantascienza made in Japan.
Dopo il successo di «Godzilla», Arikawa divenne il più ricercato direttore degli effetti speciali, contribuendo a rendere popolare il genere di film fantascientifico-catastrofico.
La sua filmografia comprende una quarantina di titoli, tra i quali: «Il re dei mostri» (1955), «Rodan il mostro alato» (1956), «I Misteriani» (1957), «Inferno nella stratosfera» (1959), «L'ultimo volo delle aquile» (1960), «Una nube di terrore» (1960), «L'ultima guerra» (1961), «Dogora il mostro della grande palude» (1962), «Il trionfo di King Kong» (1963), «Matango il mostro» (1963), «Atragon» (1963), «Watang! Nel favoloso impero dei mostri» (1964), «Frankenstein alla conquista della terra» (1965), «L'invasione degli astromostri» (1965), «Katango» (1966), «King Kong il gigante della foresta» (1967), «Gli eredi di King Kong» (1968), «Atom il mostro della galassia» (1970), «Il gigante
dell'Himalaya» (1977), «Latitudine zero» (1977).
NNN
lunedì, 19 settembre 2005
A Pechino giornate cinematografiche per il mercato internazionale.
Ovviamente gli organizzatori del Fareastfilm festival sono lì a vedere che si porta a casa per il prossimo aprile
sabato, 10 settembre 2005
Tre standing ovation e venti minuti di applausi al Lido per NAUSICAA OF THE VALLEY OF THE WIND di Hayao Miyazaki. Il lungometraggio ha seguito la consegna del Leone alla carriera al geniale creatore giapponese di film
d'animazione e cartoni animati diventati cult per due generazioni.
venerdì, 09 settembre 2005
«La situazione mondiale che stiamo vivendo mi sconforta, ma sento la forte responsabilità che abbiamo nei confronti dei bambini, continuo a fare il mio mestiere lottando fra questi due sentimenti»: Hayao Miyazaki,
il 'Disney giapponese', creatore di film d'animazione e cartoni animati diventati cult per due generazioni, oggi alla Mostra per ricevere il leone alla carriera, sintetizza così il senso del proprio lavoro.
Nato a Tokyo nel 1941, e attivo come animatore dal 1963 in vari studi, debutta alla regia nel 1979 con le serie di cartoni 'Conan, ragazzo del futuro' e 'Lupin III' protagonista nel 1979, anche del suo primo lungometraggio 'Il castello di Cagliostro'. Dopo l'enorme successo del suo secondo film animato, 'Nausica„ della valle del vento (1984), tratto dall'omonimo manga di cui è autore, nel 1985 fonda lo studio Ghibli, diventato un punto di riferimento per l'animazione mondiale. Fra gli altri suoi film, molti dei quali arrivati in Italia solo in dvd, ci sono
'Laputa: Castle in The Sky' (1986), 'Il mio vicino Totoro' (1988), il cui protagonista è diventato il simbolo della Ghibli, 'Porco rosso' (1992), che ha un'ambientazione italiana e contiene un omaggio all'animatore Pagot, suo grande amico, 'Principessa Mononoke' (1997), 'La citta' incantatà (2001) premiato con l'Oscar per il miglior film d'animazione e l'Orso d'oro a Berlino, fino a 'Il castello errante di Howl', in concorso alla scorsa Mostra del cinema, e in uscita oggi nelle sale italiane.
Filo conduttore della sua poetica sono il rapporto fra uomo e natura, la condanna della guerra, la critica dell'eccessiva corsa verso il nuovo dimenticando le proprie origini, senza tuttavia mai deviare da un ottimismo di fondo o ricorrendo a facili moralismi. «Per i miei personaggi - ha detto oggi in conferenza stampa, dove è stato accolto da una standing ovation - traggo ispirazione dalle persone che conosco, da chi mi circonda». Ad interessarlo di più sono soprattutto i personaggi femminili, che hanno spesso un ruolo di primo piano nelle sue storie: «Rappresento attraverso di loro le donne della mia vita e il loro segreto».
Ironico, modesto, allergico a interviste e celebrazioni («Sono venuto qui a Venezia grazie a Marco Muller, alla sua passione»), Hayao Miyazaki ha spiegato di non avere il lettore dvd, di andare poco al cinema e che preferisce lavorare sulle opere d'animazione di breve durata: «Un lungometraggio è come una cena, con antipasto e varie portate, mentre un corto è come una merendina, mi lascia più libero». Pur continuando a
considerare ad utilizzare carta e matita come base del proprio lavoro, ama utilizzare le innovazioni in materia di animazione: «Non mi faccio mai dominare dalla tecnologia, sono io a scegliere come integrarle nelle mie creazioni». Esiste un suo successore? «Ci sono molti giovani animatori di talento, se dovessi dargli un consiglio gli direi di raccontare sempre quello che vedono davanti ai loro occhi, e non affidarsi esclusivamente a mondi virtuali, nei quali la realtà è vista
attraverso una lente».
mercoledì, 07 settembre 2005
Cosa fanno quattro donne, amiche di vecchia data, rannicchiate in salotto o sedute intorno a un tavolo? In Europa come in Cina, in America come in India, le quattro signore parleranno inevitabilmente di uomini. Accade anche in 'Wuqiong dong' (tradotto in italiano 'Moto Perpetuo') della regista Ning Ying, presentato a Venezia nella sezione Orizzonti.
Girato in digitale, il film mostra quattro donne cinesi di successo in un interno (la lussuosa casa di Niuniu) alla vigilia della festa di primavera. La riunione ha però uno scopo non conviviale: Niuniu vuole scoprire chi delle sue amiche è l'autrice di un'e-mail erotica indirizzata a suo marito, affermato autore di best seller, irrintracciabile sul telefonino.
L'indagine è una scusa per scavare nei ricordi delle quattro signore e svelare come, dietro il successo di oggi ci siano dolori e vuoti non ancora colmati. Dalle loro parole riaffiorano ricordi della Cina rivoluzionaria, l'impatto dei jeans sui padri fedeli al presidente Mao, la voglia di occidente e il desiderio di riappropriarsi del passato. Nel frattempo si mangiano zampe di gallina (una lunga bunueliana sequenza di bocche e denti che infieriscono su carni, cartilagini e ossa), si scoprono testi di cinese antico, e si ascoltano dischi dei tempi della rivoluzione e si guarda la tv. Il rituale della festa scorre sotto gli occhi della vecchia cameriera vestita alla cinese, l'unica che dimostra di possedere inossidabili sicurezze.
Alla fine una telefonata annuncia a Niuniu che il marito è stato trovato morto accanto a una diciottenne. Niuniu piange poco, piange a dirotto una delle amiche, esplode la gelosia, volano i fogli dove è stata stampata l'e-mail rivelatrice, un'altra amica scoppia a ridere in modo convulso. La vecchia serva non approva e chiama il pronto soccorso: «Venite, c'è una donna isterica».
lunedì, 05 settembre 2005
È previsto, per la primavera del 2006, un omaggio al cineasta giapponese Mike Takashi, una delle figure più interessanti dell'Estremo Oriente dei nostri giorni. La retrospettiva, che sarà accompagnata da un volume monografico curato da Dario Tomasi e Stefano Beni insieme all'Associazione Neo(n)Eiga, proporrà una vasta selezione della sua produzione.
sabato, 03 settembre 2005
Gare clandestine su proibitivi tornanti di montagna, piloti improvvisati ma tosti, amori adolescenti, una gioventù con gli occhi a mandorla vestita in stile rasta. È «Initial D», di Andrew Law e Alan Mak, prodotto ad Hong Kong e girato sulle montagne del Giappone.
Qui i pericolosi passi del monte Haruna diventano la pista di gara per le imprese di Takumi che ha imparato a guidare pericolosamente facendo le consegne notturne di tofu per il padre, ex pilota tradito dalla vita.
Ed ecco che la vera protagonista del film - tratto da un manga molto popolare e amato dai giovani registi - diventa la sgommata nelle sue ben nove declinazioni: Sgommata con freno a mano, Sgommata in scivolata, Sgommata a goccia, fino alla Sgommata ondeggiante. Tanto che il titolo del film fa perno proprio sulla lettera iniziale di «Drifting', appunto sgommata in inglese.
Il film (nel fuori concorso di Venezia62) è un crescendo di esibizioni adrenaliniche - per chi è amante del genere - ricche di effetti speciali ed anche di scorci sugli aspetti strettamente meccanici dei motori, qui veri e propri oggetti di culto per i protagonisti ed i loro padri. Anche se la trama si regge sulla timida storia d'amore tra Takumi - il compositore Jay Chou, attore popolarissimo in Asia - ed una candida
ragazzina - una Anne Suzuki altrettanto popolare sugli schermi orientali -che poi si rivela cresciuta forse un pò troppo presto. Spunti suggestivi, forse, anche per chi volesse astrarsi dai motori, per un approccio semi-sociologico alla cultura giovanile nelle società orientali piu agiate.
sabato, 03 settembre 2005
È «Sympathy for Lady Vendetta» il primo film-shock presentato in concorso alla 62esima Mostra del cinema. Diretto dal coreano Park Chan-wook, già autore di «Old Boy», Gran premio della giuria a Cannes, il film racconta la storia di Geum-ja, splendida ragazza diventata famosa a 20 anni per essersi resa responsabile del rapimento e dell'omicidio di un bambino. Diventata in prigione una detenuta modello, soprannominata addirittura «la dolce Geum-ja, la donna progetta in realtà per tredici anni una micidiale vendetta nei confronti del suo ex insegnante, vero responsabile della tragedia per una terribile storia di pedofilia.
Una vendetta che fa da sfondo a immagini cruente del film, tra i favoriti al Leone d'oro e ben accolto dalla critica alla proiezione di ieri: una vendetta che, ha spiegato il regista, diventa nel film anche un atto di redenzione che passa, però, attraverso la tragedia di bambini torturati e la feroce sensazione dell'odio delle vittime per il brutale carnefice.
sabato, 03 settembre 2005
'Takeshis'' potrebbere essere il film della svolta di Takeshi Kitano, il vulcanico e ironico regista giapponese approdato 'a sorpresa' con questo lavoro nella selezione ufficiale della 62ma Mostra Internazionale e dunque in corsa per il Leone d'oro. Un film sul tema del doppio, che sembra a metà tra 'Stardust Memories' di Allen e '8 e 1/2'di Fellini, che Kitano confessa sì di ammirare «ma senza mai averlo capito veramente».«Forse il mio cervello non ci arriva - dice in conferenza stampa - come mi succede con quelli di Godard».
In 'Takeshis' c'è un Kitano diviso in due. Nel doppio ruolo di Beat Takeshi, sfigato attore con capelli biondi pieno di sogni ad occhi aperti e in quello più vicino a se stesso di star di successo che gira (questo non è vero) in Rolls Royce. Insomma una sua autobiografia attraverso una girandola di immagini dove yakuza veri, aspiranti attori, affrontano con timidezza i provini (lo fanno meglio i bravi ragazzi), dove tutti sparano contro tutti e tutto e questo per prendere in giro se stesso come il mondo della fiction e i suoi falsi miti che l'attore-regista frequenta da anni. «Inizialmente volevo fare un unico personaggio che entra in
diversi ruoli, poi ho cambiato idea e ho pensato di maneggiare questi due personaggi come due marionette. Forse qualche spettatore può essere irritato per questo e altri invece no».
Comunque il film, ha spiegato Kitano in una conferenza stampa nel segno dell'ironia, «può essere considerato come la parte finale, l'ultimo atto delle decine di film che ho fatto fino a oggi. Dal prossimo film, chissà, potrei cambiare qualcosa. Ad esempio, io che non sono bravo a parlare di donne, potrei lavorare su di loro anche se sempre in modo comico».
Spiega invece che le molte scene di yakuza che si trovano nel suo film sono lì «perché è divertente prendere in giro le cose che ci fanno paura. È come stuzzicare un leone con un bastoncino». L'uso delle pistole? «Una pistola è più immediata delle spade. Si va diretti allo scopo e c'è più
divertimento».
Nel film anche un Beat Takeshi che chiede in un ristorante in perfetto italiano «spaghetti alla napoletana», ma non è un omaggio a Napoli:«perché - dice un meravigliato Kitano - anche noi diciamo lo stesso». E sull'onda lunga del cinema orientale in Occidente, non ultima la rassegna al Lido 'La storia segreta del cinema asiatico:''noi non lo consideriamo un genere - spiega - è una cosa che si fa sola all'estero».
Infine, alle mille domande sul vero significato di Takeshis'una replica alla Kitano:«non pensate troppo: è solo un film».
venerdì, 02 settembre 2005
Kitano si sdoppia per «Takeshis'». È stato presentato questa mattina il film a sorpresa messo in concorso alla Mostra del cinema di Venezia: come annunciato ieri, si tratta del nuovo film di Takeshi Kitano, regista cult giapponese, già premiato alla Mostra del cinema di Venezia con il Leone d'oro (nel 1997 per 'Hana-bi').
Stavolta Kitano ha portato una sorta di autobiografia in stile «8 e mezzo» di Fellini, sulla sua vita da attore e regista, i fantasmi dei suoi film, sparatorie e molto, molto pessimismo. Ad interpretare la pellicola, lo stesso Kitano, in una doppia parte: quella di una star affermata dai capelli neri, Takeshi, e quella di un attore di scarso successo, con i capelli biondi.
giovedì, 01 settembre 2005
Sarà un film di Takeshi Kitano l'atteso film a sorpresa che completerà la selezione ufficiale della 62.ma Mostra del Cinema di Venezia. Il film, dal titolo Takeshìs, è un viaggio grottesco e ironico di un personaggio
alla ricerca di se stesso. Takeshìs sarà in corsa domani al Lido, dove sembra essere già sbarcato in segreto l'autore.